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Come fa Israele a essere felice? Il Foglio, 15 maggio 2008
post pubblicato in PANTHEON, il 16 maggio 2008


Spengler è lo pseudonimo usato da uno degli editorialisti di Asia Times, web magazine nato a Hong Kong nel 1999. Nessuno conosce la sua vera identità: di sè Spengler dice soltanto di essere un uomo di mezza età. Nei suoi scritti cita la Bibbia, Kierkegaard e Clausewitz, mai Oswald Spengler, il pensatore tedesco cui potrebbe aver rubato il nome, che considera un "atroce razzista". Nella sua agenda, spiega, c'è la promozione delle radici giudaico-cristiane dell'occidente. Tonio propone uno stralcio dell'articolo di Spengler, pubblicato da "Il Foglio" il 15 maggio 2008      

"Nessun paese di questo pianeta è più invidiato di Israele, e per buoni motivi: in termini concreti, a sessant’anni dalla sua fondazione, Israele è la nazione più felice della terra. E’ uno degli stati più ricchi, più liberi e meglio istruiti del mondo, e la durata media della vita è più alta di quella della Germania e dell’Olanda. Ma la cosa più significativa è che gli israeliani sembrano amare la vita e detestare la morte più di qualsiasi altra popolazione. Se la storia è fatta non da piani razionali ma dalle esigenze del cuore umano, la serenità mostrata dagli israeliani di fronte ai continui pericoli cui sono esposti è degna di nota e di un attento esame.
Può essere davvero una coincidenza che questa antichissima nazione – e la sola convinta di essere stata chiamata sul palcoscenico della storia per realizzare i piani di Dio – sia formata da individui che sembrano amare la vita più di qualsiasi altro essere umano? A conferma di quest’affermazione si può confrontare il tasso di fertilità e quello di suicidi di Israele con quello di altri trentacinque paesi industrializzati: Israele sta al primo posto della classifica dei paesi amanti della vita. Coloro che credono nell’elezione divina di Israele vedono nel suo amore per la vita una speciale grazia di Dio.
In un mondo dominato dall’ambiguità, lo stato di Israele insegna al mondo l’amore per la vita, non nel senso triviale della “joie de vivre”, ma come solenne celebrazione della vita. Una volta ho scritto che “è facile per gli ebrei parlare del loro amore per la vita. Sono convinti di essere eterni, mentre gli altri popoli tremano di fronte alla prospettiva della loro prossima estinzione. Non è la loro stessa vita individuale che gli ebrei considerano così deliziosa, ma piuttosto l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Ciononostante, è sorprendente osservare come gli israeliani siano di gran lunga il popolo più felice della terra.
Le nazioni si estinguono perché gli individui che le compongono decidono collettivamente di lasciarsi morire. Non appena la libertà prende il posto dei costumi fissi delle società tradizionali, la gente che non ama la propria vita non si dà pena di procreare dei figli. Non è la spada dei conquistatori, ma l’indigeribile sbobba della vita quotidiana che minaccia la vita delle nazioni, che oggi si stanno estinguendo a un ritmo che non ha precedenti nella storia.

Lo stato di Israele è circondato da vicini che sono pronti a uccidersi pur di distruggerlo. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte”, insegnano i religiosi musulmani (questa stessa formula è scritta su un manuale di scuola palestinese per gli studenti delle medie). Oltre a essere tra i popoli meno liberi, meno istruiti e (fatta eccezione per i paesi produttori di petrolio) più poveri del mondo, gli arabi sono anche i più infelici. Il contrasto tra la felicità degli israeliani e la tristezza degli arabi è ciò che rende così difficile raggiungere l’obiettivo della pace nella regione. Questa tristezza non può essere attribuita alle condizioni materiali della vita. L’Arabia Saudita, ricchissima di petrolio, si trova al centosettantunesimo posto nella scala internazionale sulla qualità della vita, addirittura dietro al Ruanda. Israele si trova invece allo stesso livello di Singapore, anche se si deve osservare che Israele, nella mia lista sull’amore per la vita, sta al primo posto e Singapore all’ultimo.
Ancor meno si può attribuire la causa dell’infelicità alle esperienze storiche, perché nessun popolo ha sofferto più degli ebrei o ha una giustificazione migliore per lamentarsi. Gli arabi non hanno inventato gli attentati suicidi, ma hanno generato una riserva mai vista prima di popolazione pronta a morire pur di arrecare danni al proprio nemico. I religiosi musulmani non esagerano affatto quando esprimono il loro disprezzo per la vita. L’amore di Israele per la vita, inoltre, è qualcosa di ben più profondo di una semplice caratteristica etnica. Chi conosce la vita degli ebrei soltanto attraverso le eccentriche lenti di scrittori ebreo-americani come Saul Bellow e Philip Roth, o attraverso i film di Woody Allen, si immagina gli ebrei come un popolo di angosciati nevrotici. Gli ebrei laici che vivono in America non hanno un tasso di natalità più alto di quello dei loro concittadini gentili, e tutto fa pensare che siano altrettanto depressi.

Da un lato, gli israeliani sono molto più religiosi degli ebrei americani. Due terzi degli israeliani credono in Dio, sebbene soltanto un quarto di essi siano strettamente osservanti. Persino gli israeliani che si dichiarano contrari alla religione mostrano un diverso genere di laicità rispetto a quello che caratterizza l’occidente secolarizzato. Parlano il linguaggio della Bibbia e per tutte le elementari e le medie studiano costantemente il loro testo sacro. La fede nell’amore eterno di Dio per un popolo convinto di essere stato liberato dalla schiavitù ed eletto per la realizzazione dei suoi scopi è parte della spiegazione. Gli israeliani più religiosi sono quelli con il più alto tasso di natalità. Le famiglie ultraortodosse hanno in media nove bambini. Ciò non deve sorprendere, perché le persone religiose hanno generalmente più figli di quelle laiche, come ho già dimostrato statisticamente in una ricerca effettuata in diversi paesi."

Asia Times (traduzione di Aldo Piccato)


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permalink | inviato da tonio il 16/5/2008 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
LANGONE A BUTTAFUOCO: "gli italiani convertiti si tengono caro Gesù e Maria". Ma che cazzo scrivi?
post pubblicato in PANTHEON, il 26 aprile 2007


"Caro Pietrangelo - Tu vuoi fare l’Heidegger della situazione ma sei soltanto un collaborazionista. Il filosofo tedesco come te scriveva complicato e come te si infatuò di un’ideologia (lui nazista, tu islamista) che era il contrario di ciò che mostrava di essere.
Esistono intelligenze talmente superbe che Dio punisce facendogli prendere grosse cantonate. Roger Scruton spiega come il tuo modello da non prendere a modello cascò nel tranello di Hitler come un qualunque birraio, credendo alla sua promessa di restituire al popolo tedesco le tradizioni e la terra insomma l’anima: “Ma il Führer aveva altre idee: una volta sicuro del suo seguito pre-moderno, procedette alla guerra moderna”. Le somiglianze finiscono qui perché almeno Heidegger tifava Germania, non Arabia. Tu con articoli come “Islamici d’Italia”, apparso sull’ultimo Panorama, ti metti al servizio dello straniero, della sua lingua e del suo Dio. “La lingua è parte della proprietà, della natura, dell’eredità, della patria dell’uomo. La legge e la sovranità hanno origine con l’imposizione dei nomi” ha scritto Jünger che sicuramente hai letto ma, delle due l’una, o non hai capito o hai capito perfettamente decidendo di capovolgerne le intenzioni e di collaborare al grande sradicamento in atto. L’islamismo è un ismo della globalizzazione, variante arabofona anziché anglofona: un convertito alla moschea chiama suo figlio Hassan come un frequentatore di multisala lo chiama Michael. Entrambi spezzano il legame fra le generazioni, tradiscono gli avi e consegnano nudi i loro bambini alla macina della storia.

Maometto è morto e pretende che tutti studino l’arabo, Gesù è vivo e non chiede a nessuno di imparare l’aramaico,la lingua parlata in Palestina duemila anni fa. Il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scende negli apostoli facendoli parlare in tutte le lingue affinché nessun popolo percepisca il Vangelo come un libro alieno: l’arrivo di Cristo in una cultura non toglie, aggiunge. Tu invece hai scelto di collaborare con una religione che si qualifica per quello che sottrae: vita, libertà, immagini, vino, a seconda delle circostanze. L’impoverimento causato dal maomettanesimo si vede bene nell’ossessione, capricciosa e dispotica, di imporre al mondo intero i costumi alimentari di una tribù di cammellieri del VI secolo.


Mentre la grande cucina contemporanea, italiana o francese o spagnola insomma cattolica, è figlia del grido di liberazione lanciato da Gesù a Gerusalemme contro i pretestuosi puntigli del proibizionismo: “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!”. Ascolta e intendi, Pietrangelo, e piantala nei tuoi articoli di nominare Cristo piegandolo ai tuoi scopi di propaganda, il Cristo fai da te che la moda un tempo faceva comunista e oggi, guarda guarda, musulmano. Secon do te gli italiani convertiti all’islam “si tengono caro Gesù e Maria come neppure da cattolici avrebbero mai immaginato di avere così a cuore”. Ma che cazzo scrivi?

Ridurre il figlio e la madre di Dio a figure di secondo piano sarebbe averli maggiormente a cuore? Ormai assomigli a Ermanno Olmi che va in tivù a recitare versetti evangelici di sua invenzione, solo che tu non hai la scusa dell’età. Da oggi sono autorizzato a non credere più alle tue parole, nemmeno una, visto l’elogio della dissimulazione che hai fatto nel succitato, infelicissimo articolo.

Dici che gli sciiti, ma non solo loro, invitano i musulmani occidentali a occultare la propria fede “per evitare persecuzioni, incomprensioni e inutili disagi”. In nome della nostra vecchia amicizia fammi un favore personale, non citare più nello stesso articolo questi tuoi sodali dalla lingua biforcuta e colui che disse “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. Sei colpevole di falsa testimonianza di rito levantino anche quando dici che i musulmani italiani “non portano turbanti né scimitarre”.
Certamente nessuno si concia come il Feroce Saladino nelle figurine Liebig degli anni Trenta eppure non sono cristiani coloro che costringono Magdi Allam a girare scortato, e nemmeno gli energumeni che venerdì scorso hanno spedito un convertito marocchino al pronto soccorso di Vigevano. La sai la storia?

Il marocchino si chiama Hajir el Mouhajir ed è stato preso a sassate dai suoi ex correligionari per aver esposto la bandiera vaticana in occasione della visita del Papa. Tu fai l’arabo con la gola degli altri, Pietrangelo, e non rischi un capello ma l’onore sì, pubblicando un articolo fiancheggiatore proprio nei giorni in cui nei paesi a maggioranza musulmana tanti cristiani vengono accoltellati e decapitati per il solo fatto di essere tali. All’inizio ti ho chiamato collaborazionista correndo il rischio di farti un piacere ma vedi di non inorgoglirti troppo, “Fuoco fatuo” è uno libri della mia vita e posso ben dire che Pierre Drieu La Rochelle ha collaborato per un’idea di Europa, tu per un’idea di Asia.



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LUCA RICOLFI: IL BLUFF DI CASINI – La Stampa del 31/3/2007
post pubblicato in PANTHEON, il 2 aprile 2007


Uno stralcio dell’editoriale scritto dal sociologo piemontese Luca Ricolfi, dell' area di centrosinistra, pubblicato da ‘La Stampa’ del 31 marzo 2007.
                                                   
“Per quel che è dato sapere oggi in base ai sondaggi, una forza elettorale esplicitamente post-democristiana, che raccogliesse Udc, Udeur, Dc, pezzi di Margherita potrebbe arrivare in prossimità del 10%. Non è detto che questo basterebbe ad assicurare la governabilità, ma il progetto non è del tutto campato per aria. Diverso lo scenario nel caso la legge elettorale conservasse l’impianto bipolare attuale o addirittura lo accentuasse, ad esempio introducendo il premio di maggioranza su base nazionale al Senato. In tal caso gli ammiccamenti dell’Udc al centro-sinistra perderebbero mordente, e diventerebbe impossibile perseverare nel bluff. Non è vero, infatti, quel che sembra credere (e temere) lo stesso Berlusconi, ossia che Casini sia “depositario” di due milioni e mezzo di voti, ossia di circa il 6% dei consensi.

Quei voti sembrano nelle mani di Casini, ma sono destinati a pesare davvero solo se cambia la legge elettorale, e se inoltre cambia nella direzione auspicata dalle forze «manovriere», ossia di quelle forze che - come il Psi dei tempi d’oro - desiderano contare molto di più del proprio peso elettorale effettivo. In caso contrario, ossia se la legge elettorale dovesse restare bipolare, un eventuale ribaltone dell'Udc potrebbe spostare i rapporti di forza fra destra e sinistra di 1-2 punti, ma non di 10-12 come l’aritmetica elettorale parrebbe suggerire a prima vista: la maggior parte degli elettori, infatti, sceglie prima la coalizione elettorale e poi il partito in cui riconoscersi. Oggi il centro-destra ha circa 10 punti di vantaggio sul centro-sinistra nei sondaggi, il che significa 6-7 punti in un’elezione vera: il cambio di fronte dell’Udc può far scendere il margine del centro-destra a 4-5 punti, non certo annullarlo o ribaltare il risultato.”




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IL GIORNO DEL GIUDIZIO – Il Foglio del 27 marzo 2007
post pubblicato in PANTHEON, il 27 marzo 2007



I talebani puntano verso il settore debole, il nostro. Ecco perché il generale Satta chiede più forze

Kabul. Più uomini e più elicotteri, perché “il territorio è vastissimo”. Il generale paracadutista Antonio Satta, con le spalle coperte dal ministero della Difesa, ha spiegato al Corriere che la composizione del contingente italiano va rivista alla svelta. La pressione esercitata sui talebani da sud e da ovest sta facendo salire rapidamente le loro colonne verso la zona italiana, nelle province di Farah e Ghor. Il governo, che in un primo tempo ha cercato di attribuire soltanto agli spagnoli il compito di presidiare i confini pericolosi tra Helmand e Farah, ha ammesso che nell’area operano anche i nostri militari. Fatto innegabile, dopo il ferimento di un incursore e l’attentato di domenica contro una pattuglia, a Farah. L’aumento della pressione nel settore italiano era prevedibile, perché i ribelli contano sulla scarsa presenza di soldati. A Farah ci sono un centinaio di uomini delle forze speciali italiane e una compagnia di fanteria del 151° reggimento – che ha appena dato il cambio agli spagnoli – poche  centinaia di afghani discarsa efficienza e un pugno di forze speciali americane. Nella vicina Ghor le forze alleate sono ancora meno: 300 militari e forze afghane appena simboliche.
Roma e Madrid – per non destabilizzare le rispettive maggioranze di governo – hanno rifiutato di inviare rinforzi, lasciando che il settore ovest restasse il più sguarnito dell’Afghanistan,
con appena 2.000 militari alleati per coprire un’area grande come il nord Italia. Basti pensare che nel tranquillo nord sono in 4.000, nella sola Kabul 5.000 e a est e a sud sono oltre 15.000. Per questo l’invio di rinforzi rischia di giungere in ritardo.

I velivoli teleguidati promessi dal ministro Arturo Parisi al vertice Nato di Siviglia sarebbero utili ora per controllare i movimenti talebani verso Farah e Ghor, ma giungeranno (forse) a Herat soltanto a fine aprile. Per disporre di forze di pronto impiego il generale Satta dovrebbe disporre almeno di altre tre compagnie di fanteria e una di mortai
da 120 millimetri, che completerebbero i ranghi del 151° reggimento “Sassari”. Un importante contributo ai compiti di sorveglianza e attacco potrebbero fornirlo gli elicotteri da combattimento Mangusta della brigata aeromobile “Friuli”. Mezzi già usati in Iraq, perfetti per queste operazioni, ma non ancora inviati per ragioni politiche.




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ALLARME PREVENTIVO SUL CLIMA IN BASE A UN RAPPORTO CHE NON C’È - Carlo Stagnaro, Il Foglio, 3 febbraio 2007
post pubblicato in PANTHEON, il 5 febbraio 2007


Carlo Stagnaro è responsabile per l’ambiente e l’energia dell’Istituto Bruno Leoni...

Parigi. Ieri è stata presentata a Parigi la sintesi della parte scientifica del quarto rapporto del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc). Per il contenuto e il momento in cui è diffuso, il documento mette sotto ulteriore pressione i paesi occidentali. Esso afferma che, rispetto al passato (l’edizione precedente è del 2001), è divenuto più chiaro il contributo dell’uomo all’effetto serra (ritenuto “molto probabile” per “la maggior parte” del riscaldamento osservato), e che i cambiamenti sono preoccupanti e drammatici: “L’evidenza paleoclimatica suggerisce che il riscaldamento dell’ultimo mezzo secolo non ha termini di confronto almeno negli ultimi 1.300 anni. L’ultima volta che la regione polare è stata signidel livello dei mari abbiano ridimensionato le stime precedenti: si parla di 18-59 centimetri nel 2100, contro i 9-88 del rapporto precedente. Del resto, uno studio del Cnr mostra che l’inverno non è stato il più caldo ma è superato da 1926 e 1987, e seguito da 1898. Altri si concentrano sulle modalità singolari di presentazione del documento: “Il testo integrale del rapporto non sarà disponibile fino a maggio – attacca Steve McIntyre, lo studioso che assieme a Ross McKitrick ha demolito il famoso grafico a mazza da hockey, su cui si basano le previsioni più pessimistiche sull’aumento della temperatura globale – Quindi, non ci sarà alcuna possibilità per i lettori esterni di verificare la fondatezza di quanto viene detto”.
 
In passato l’Ipcc è stato accusato di manipolare le sintesi politiche, enfatizzando gli aspetti più catastrofisti e sminuendo le incertezze. L’impossibilità di confrontare la sintesi col rapporto integrale nel momento di massima esposizione mediatica è una mancanza di trasparenza senza precedenti. Proprio le presunte distorsioni nel processo Ipcc – un organismo dell’Onu con 600 autori da 40 paesi – hanno causato l’abbandono di alcuni autorevoli scienziati nonché le critiche della Camera dei Lord. David Henderson, ex capoeconomista dell’Ocse, ha detto che “l’ambiente dell’Ipcc non è del tutto competente, né adeguatamente rappresentativo”. Insomma: l’Ipcc potrebbe essere una burocrazia autoreferenziale, i cui difetti sono esacerbati dall’editing politico delle sintesi. Se questa accusa dovesse rivelarsi fondata, il presunto consenso scientifico attorno al riscaldamento globale sarebbe frutto di un’illusione ottica. La decisione di presentare la sintesi con tre mesi di anticipo sul rapporto non contribuisce a dissipare tale sospetto.




permalink | inviato da il 5/2/2007 alle 16:14 | Versione per la stampa
IL BOLLITO SEMPRE COTTO AL PUNTO SBAGLIATO – Giorgio Bocca, L’Espresso, 1°febbraio 2007
post pubblicato in PANTHEON, il 30 gennaio 2007


Sbagliano gli zelanti utopisti di un mondo degli eguali a togliere i crocefissi dalle scuole e dai cimiteri pensando che quel simbolo ostacoli la parificazione del genere umano, dovrebbero togliere le banconote e le azioni, cioè i segni della diversità del censo, del capitale, ben più profondi e duraturi.
E sbaglia il sommo pontefice quando afferma che l'immigrazione dai paesi poveri a quelli ricchi è comunque un bene. È necessaria anch'essa. Nel senso che al momento appare inevitabile, ma su questo tema anche il pontefice non può richiamarsi alla infallibilità, neppure lui può dire se è un bene o un male.
Se si sta al presente di una Italia invasa dall'ondata migratoria, verrebbe di pensare che la sola cosa certa è che la conoscenza del nostro Paese, della sua società, della sua civiltà è fortemente diminuita, che viviamo in un limbo sociale in cui due popoli l'un l'altro sconosciuto si fronteggiano, si sopportano e per comune decisione dichiarano di essere assimilati se non eguali. Ma non è vero.
Milioni di italiani che hanno assunto una cameriera straniera quasi sempre del mondo povero
hanno in pratica abbandonato in tutto o in parte il modo di vivere italiano, la cucina italiana, il modo di cuocere, condire, friggere, mettere in savor, conservare, insaccare, tagliare.
Le mutazioni, le mediazioni, che furono nel passato delle città marinare, vennero accettate gradualmente, circondate da difese insuperabili. Si pensi alle cucine padane in gran parte intatte nonostante la vicinanza di porti come Genova o Venezia.
Con l'immigrazione di massa va scomparendo, per dire, la conoscenza della cottura: avrò cambiato in questi anni sei o sette immigrate ai fornelli, ma un bollito cotto da bollito, piemontese o emiliano, non l'ho più mangiato, sempre stopposo, sempre cotto al punto sbagliato. Non c'è cuoca del mondo povero che rinuncia ai suoi condimenti forti e tenaci. Pesti indimenticabili di agli e radici schiacciate, cucine che odorano di Oriente e di Perù, magari piacevoli, ma stranieri.
Questa mescolanza culinaria che nei ristoranti di lusso può sembrarti una scoperta, un piacere per pochi, ma che sparsa e presente in ogni cucina del tuo paese è un fastidio.
Con l'immigrazione di massa è scomparsa nelle nostre case l'idea di servizio:
fra i padroni e le buone cuoche, i buoni camerieri, c’era questo denominatore comune del servizio, per cui un buon pranzo, una buona tavola, un buon vino dovevano essere serviti nel migliore dei modi da parte di tutti, padroni e servitori, e non come ora qualcosa che riguarda solo i primi. E chi andava a servizio in breve si sentiva parte della famiglia, non come gli immigrati che pensano solo e giustamente ai loro interessi, a salire rapidamente la scala delle retribuzioni e del tempo libero. E anche questo è necessario, inevitabile ma meno piacevole e non è affidabile come la tata che ti veniva in casa da ragazza.
C'è poi l'aspetto più sgradevole e più importante: che il popolo degli immigrati a stragrande maggioranza non si integra, non vuole integrarsi, scopre che nei difetti siamo simili a lui, nelle virtù spesso inferiori e si tiene sempre una porta aperta per il ritorno, i costumi, come la religione, sia il continuare a vivere fra di loro, sia il sogno di tornare a casa arricchiti.
È indubbio che gli immigrati li lasciamo venire perché ci fanno comodo, fanno i lavori peggiori, gli orari più duri, ed è indubbio che quanto a insofferenze, soprusi, violenze siamo noi i padroni di casa, i maggiori colpevoli, ma ciò non toglie che, tirate le somme, la nostra società sia peggiorata, sia più egoista, più violenta ed ecco la ragione di fondo per cui anche noi non la amiamo questa umanità forestiera. Le traduzioni non hanno sostituito le invasioni che sempre invasioni sono.




permalink | inviato da il 30/1/2007 alle 17:39 | Versione per la stampa
IL MONUMENTO DI VIA SOLFERINO - Michele Brambilla, Il Giornale, 21/1/2007
post pubblicato in PANTHEON, il 22 gennaio 2007


I giornalisti del Corriere della Sera sono «preoccupati e fortemente inquieti». Lo dice un documento del comitato di redazione - il sindacato interno - pubblicato ieri, appunto, sul Corriere.
Che cos’è successo, in via Solferino? Una cosa effettivamente preoccupante e inquietante. È successo che, nell’inchiesta sulle intercettazioni illegali compiute da alcuni uomini della Telecom, un giudice ha messo nero su bianco un paio di concetti non da poco. Il primo: l’ex amministratore delegato del Corriere Vittorio Colao e il vicedirettore Massimo Mucchetti sono stati spiati. Il secondo, ancora più pesante: queste intrusioni nei sistemi informatici di Colao e di Mucchetti rispondevano «a esigenze dei vertici e della proprietà aziendale», cioè di Marco Tronchetti Provera, leader di Telecom e azionista del Corriere.

Tradotto in parole ancora più semplici: il sospetto è che Tronchetti Provera abbia fatto controllare sia l’ex amministratore delegato sia il vicedirettore del Corriere, a lui entrambi sgraditi. Capite che è una bomba, per i giornalisti ma probabilmente anche per i lettori del Corrierone. Va detto che Marco Tronchetti Provera ha smentito e minacciato querele; e va aggiunto pure che noi, garantisti quali siamo sempre stati, non ci sogniamo neppure di prendere per oro colato quelle che al momento sono soltanto ipotesi investigative.

Ma sempre di bomba si tratta, come dimostra il pandemonio che questa notizia ha scatenato sia all’interno di via Solferino, sia nei templi della finanza, sia nelle segrete stanze della politica. Sempre di bomba si tratta perché da tempo è in atto una palese «guerra» tra gli azionisti del Corriere - una quindicina tra industriali e banchieri - e perché il Corriere della Sera non è soltanto un giornale, e non è neppure solo il più diffuso e prestigioso tra i quotidiani italiani. È molto di più: è un monumento nazionale, un pezzo di storia d’Italia. Di conseguenza, tutto ciò che accade al suo interno «fa notizia» come non lo farebbe in alcun altro giornale.

IL FASCINO DI UN MITO

Tanto fascino il Corriere se lo è meritato in oltre centotrenta anni di storia durante
 i quali ha potuto esibire le più grandi firme del nostro giornalismo - da Orio Vergani a Dino Buzzati a Indro Montanelli - e della nostra letteratura - da Verga a Pirandello a Montale: ma ogni elenco sarebbe forzatamente incompleto -. Il Corriere è stato, perlomeno dalla direzione di Albertini in poi, il più autorevole tra i nostri giornali; potendo sempre esibire come fiore all’occhiello una assoluta indipendenza. Quotidiano della borghesia, certo: ma indipendente dalla politica. Poco importa che questa indipendenza fosse vera o solo asserita: importa che per tutti il Corriere era «il giornale indipendente».

Questa indipendenza i corrieristi la rivendicano pure per i vent’anni vissuti con la museruola messa da Mussolini. I vecchi del Corriere dicevano che era una museruola dalle maglie larghe, dalla quale non era difficile far passare anche voci non allineate. Indro Montanelli, poi, raccontava che Aldo Borelli - il direttore di lungo corso durante il Ventennio - aveva trovato lo stratagemma per tenere quieti i gerarchetti addetti alla censura. Appaltava alla redazione romana la prima pagina, quella politica, titolata con le veline passate dal Minculpop; e si teneva mano libera nel resto del giornale, specie nella terza pagina, dove scrittori e poeti si esercitavano in una fronda che gli ottusi gendarmi addetti ai controlli non riuscivano neppure a percepire. Il Corriere di quei tempi, diceva sempre Montanelli, contava in redazione più antifascisti che fascisti; la polizia politica lo sapeva e ovviamente non gradiva, ma Borelli riuscì sempre a proteggere tutti. Celeberrimo l’episodio che riguardò Luigi Barzini junior. Proposto alla condanna a morte per aver rivelato un segreto militare a un diplomatico inglese (e glielo rivelò a una festa, più per civetteria che per volontà di tradire), Barzini fu salvato dall’intervento di Borelli presso Mussolini. Dal patibolo si passò a una condanna a trent’anni, quindi al confino. Alla fine Gibò - così chiamavano Barzini junior - se la cavò con sei mesi ad Amalfi in un grand hotel pagatogli dalla moglie, Giannalisa Feltrinelli. Un episodio che dimostra come neppure una dittatura come il fascismo riuscì mai davvero ttomettere del tutto il «quotidiano indipendente» per antonomasia.

GRANDEUR E DECADENZA

La grandeur del Corriere continuò per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta. Solo le notizie pubblicate dal Corriere erano «vere». Quando la cronaca prendeva un «buco», cosa che avveniva raramente, il capocronista Ferruccio Lanfranchi faceva verificare la notizia fino all’esasperazione, convinto che fosse impossibile che i suoi giornalisti non l’avessero saputa. Se poi veniva convinto che quella notizia uscita su un altro giornale era proprio vera, dava ordine di riprenderla commentando: «Domani la pubblichiamo anche noi, così la rendiamo ufficiale».

L’anno scorso Mario Cervi ha scritto sul nostro Giornale che il Corriere perse la verginità e l’imparzialità nei primi anni Settanta, quando - regnanti Giulia Maria Crespi editore e Piero Ottone direttore - abbandonò il tradizionale ruolo di voce della borghesia moderata per strizzare l’occhio alla sinistra barricadiera e radical chic, a quei tempi in gran voga. I nostri lettori di lungo corso ben conoscono quelle vicende. Il Giornale nacque proprio dalla fuoriuscita da via Solferino di tutti quei giornalisti (ed erano i migliori) che non condividevano la svolta: Indro Montanelli, lo stesso Cervi, Enzo Bettiza e tutto quel gruppo che Franco Di Bella, rimasto al Corriere, definì con dolore «l’argenteria di famiglia».

Il Giornale strappò al Corriere gran parte dei suoi lettori. Tuttavia, il fascino di via Solferino non venne meno. Quando chi scrive vi entrò, nel 1985, per restarvi diciotto anni, si distinguevano ancora i «cronisti» degli altri giornali dai «gentlemen» del Corriere. Esibizionismo snobistico, certo: ma ricordo che un collega il quale, al primo giorno di lavoro, si presentò senza cravatta, non fu fatto entrare dal custode.


LA RIVOLUZIONE DI MIELI

Era tuttavia, quella fine degli anni Ottanta, l’ultima stagione di un Corriere destinato a cambiare. Un tempo era finito, e il giornale doveva diventare più moderno, più al passo con i tempi. Nessun direttore era più adatto, per compiere questa operazione, di Paolo Mieli. Giovane, romano (anche se milanese di nascita),  grande frequentatore della politica, Mieli è anche e soprattutto un giornalista di razza. Arrivò in via Solferino nel ’92, e capì che di polvere da rimuovere ce n’era parecchia. La cultura, tanto per dirne una, era ancora a pagina 3. Mieli diede spazio ai giovani, liberò energie fresche, capì che la televisione aveva ucciso le notizie e mise in pagina più commenti, più dibattiti; anche più notizie considerate «leggere», ma in realtà pane quotidiano di gran parte degli italiani. Con una battuta, l’avvocato Agnelli disse che Mieli aveva messo la minigonna a una vecchia signora. Una frecciata, forse, ma sicuramente anche un complimento.
Ma oltre che essere un grande giornalista, Mieli è anche - e sia detto senza offesa - un grande uomo di potere. Nel senso che sa usare il giornale per dirigere la politica e l’economia, a volte per spostarne gli equilibri più di quanto non si pensi. Un’abilità figlia di una personalità tanto affascinante quanto complessa.
Capire ciò che pensa Mieli non è difficile: è impossibile. Quando dice una cosa, è segno che ne pensa un’altra; e dalla sua faccia nulla trapela di ciò che gli frulla nell’animo.
Con permesso, racconto un episodio che riguarda anche il sottoscritto. Sono passati più di dieci anni, e quindi dovrebbe essere scattata la prescrizione. Ero, allora, vicecaporedattore della cronaca di Milano. Un giorno, alla riunione di redazione nella celeberrima sala Albertini, Mieli interruppe un collega che stava raccontando ciò che aveva in mente di pubblicare per fissarmi e, a freddo, inchiodarmi con un’accusa terrificante: voi della cronaca siete stupidi, avete fatto una cosa assurda. Atterrito - Mieli è uomo che incute soggezione - attesi di conoscere il capo di imputazione: «Avete pubblicato un articolo di Carlo Tognoli (l’ex sindaco di Milano, ndr) senza dirmelo. Ora, Tognoli è una persona rispettabilissima, ma per la gente Tognoli vuol dire Psi, e Psi a Milano vuol dire ancora Tangentopoli. Un articolo di Tognoli sul Corriere è un segnale politico, vuol dire che sdoganiamo gli ex socialisti, non potete prendere iniziative del genere senza avvertirmi».
Incassai, naturalmente. Ma alla fine della riunione Mieli mi inseguì nel corridoio per dirmi: «Sai quanto ti stimo, so perfettamente che tu non c’entri nulla e che una fesseria del genere non l’avresti mai fatta. So che è colpa di Sallusti (che era il capocronista, ndr): mandamelo su che gliene dico quattro». Raccontai tutto a Sallusti il quale, preoccupatissimo, salì subito da Mieli. Trovandolo però per nulla arrabbiato. «Ma come?», disse Sallusti, «Brambilla mi ha detto...». «Sta tranquillo», rispose Mieli, «avete fatto benissimo a pubblicare quel pezzo. Ma siccome in riunione c’era Fiengo (Raffaele Fiengo, leader storico del comitato di redazione, ndr) per prevenire una sua contestazione ho fatto finta di arrabbiarmi».

GIORNALE INDIPENDENTE?

Questo è Mieli. Un uomo tanto intelligente quanto indecifrabile. Nel ’97 lasciò la direzione, restando però ai vertici della casa editrice, per tornare al comando del Corriere nel 2004.
Ma la sua seconda direzione è molto diversa dalla prima. Consapevole che il tempo delle grandi tirature è finito, Mieli crede che un quotidiano come il Corriere sia oggi, più che un mezzo per informare, uno strumento per formare. E anche per condizionare la classe dirigente. Prima la battaglia per cambiare i vertici della Banca d’Italia, poi quella per respingere gli assalti di Ricucci alla proprietà della Rcs, quindi la campagna per mutare volto e pelle alla sinistra italiana. Infine e soprattutto, il sostegno forte e dichiarato alla vittoria di Prodi l’anno scorso.
Il Corriere è certamente ancora oggi un giornale autorevole. Ma è ancora un giornale indipendente? In un dibattito con il nostro direttore Maurizio Belpietro, l’anno scorso Mieli ha sostenuto che il Corriere non si fa condizionare dai propri editori, che sono abbastanza «evoluti» per non dare indicazioni. Belpietro gli rispose che i veri padroni dei giornali - al di là delle favole per le anime belle - restano gli azionisti, anche se «evoluti»: e che i lettori sono abbastanza intelligenti per saper distinguere e scegliere.
Con quello che sta succedendo ora in via Solferino - e non parliamo solo della vicenda Telecom: ;ultima campagna elettorale - è difficile sostenere ancora che la proprietà non metta il becco neppure nell’«indipendente» Corrierone.
Infine ci resta una domanda. Magari maliziosa, ma una domanda: che cosa sarebbe successo se qualche altro editore fosse sospettato di aver spiato un amministratore delegato e un vicedirettore? Ad esempio... Ma no, lasciamo perdere.


 




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LA GIUSTIZIA DELL’EUROPA COLPISCE SOLO CHI PERDE - Giordano Bruno Guerri, Il Giornale, 15/1/2007
post pubblicato in PANTHEON, il 15 gennaio 2007


La sentenza del tribunale militare di La Spezia sulla strage di Marzabotto, arrivata a 62 anni e passa dalla vicenda, ha più un interesse di attualità che storico. I fatti erano da tempo acclarati, nella loro terribile ferocia di guerra, e i principali responsabili erano già stati condannati: il comandante della divisione SS che compì l’eccidio, generale Max Simon, fu processato da un tribunale militare britannico nel 1947, a Padova, e condannato a morte; ma la sua pena fu commutata in ergastolo, poi ridotta a 21 anni, dei quali passò in carcere solo 4. Il comandante del battaglione corazzato che si distinse nella strage di civili indifesi, fu invece condannato all’ergastolo nel 1951 e nel 1954 dal tribunale militare di Bologna e passò trent’anni nel carcere militare di Gaeta, da dove fu liberato nel gennaio del 1985.

I dieci ergastoli comminati l’altro ieri sono forse ineccepibili sul piano giuridico e storiografico, ma sollevano due perplessità. La prima è che tutti i condannati sono contumaci, benché alcuni vivano tranquillamente in Germania: non sconteranno un giorno di prigione, né verseranno un solo euro dei cento milioni stabiliti dal tribunale per il risarcimento alle vittime. E colpisce che l’Unione Europea e il governo italiano, capaci di intervenire anche a sproposito sulla condanna a morte di Saddam Hussein, non riescano neanche a portare sul banco degli imputati i propri criminali di guerra: almeno formalmente, perché data la loro età difficilmente la nostra civiltà giuridica potrebbe imporre loro anche un solo giorno di prigione. Si assiste così allo spettacolo di un’Europa arrogante e pontificante sulla giustizia altrui, ma inetta a amministrare la propria.

Una seconda perplessità riguarda in particolare la giustizia italiana, così tenace nel perseguire quei criminali-militari ex nemici. Si sostiene che gli orrori della Seconda Guerra Mondiale non vanno dimenticati e che sentenze come questa servono a mantenere il ricordo e a ribadire la condanna per delitti efferati che andarono ben oltre la logica della guerra. È vero, ma tutto ciò avrebbe più senso se l’amnistia concessa da Togliatti nel 1946 non avesse cancellato con un colpo di spugna altri e non meno orribili fatti della guerra civile italiana, compiuti appena pochi anni prima da entrambe le parti. E se, anche prima dell’amnistia, la giustizia italiana non avesse chiuso entrambi gli occhi (oltre a essere bendata) per i crimini compiuti dai partigiani.

Va di moda, in proposito, citare Paolo Pansa, che ha fatto un ottimo lavoro di revisione storica e soprattutto è facilmente spendibile, in questo genere di polemica, per il suo essere di sinistra. Ma è sufficiente riportare un brano di Giorgio Pisanò, che di Pansa fu inascoltato precursore, per il suo essere di destra: "A Marzabotto - scrisse Pisanò in Sangue chiama sangue -, si rende omaggio alla memoria delle vittime della strage perpetrata dai tagliagole del 16° battaglione SS del maggiore Reder, ma non si accenna neppure lontanamente agli italiani (non tutti fascisti e presunti tali, ma anche innocenti colpevoli solo di non essere marxisti) assassinati prima dai tagliagole comunisti che agivano nella Brigata partigiana “Stella Rossa”, e che avevano funestato quei luoghi praticando sanguinosamente la “pulizia politica” in vista della rivoluzione proletaria oltre a fare di tutto per provocare la rappresaglia per poi dileguarsi, al primo accenno di attacco, abbandonando la popolazione inerme alla barbarie inferocita dei tedeschi. Non prima di aver assassinato il Comandante, non comunista, Mario Musolesi, detto “Lupo”, per liberarsene e impadronirsi della cassa del reparto".

È di nuovo l’Europa che esce male dalla sentenza di La Spezia, con la spada della giustizia che cade ancora - si fa per dire - sui nemici di ieri. Senza neanche avere mai preso in considerazione i crimini dei vincitori: dal selvaggio bombardamento di Dresda, che fece 250.000 vittime nel febbraio del 1945, in giù.

www.giordanobrunoguerri.it




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LA PALPEBRA DI CARLO E LA LEUCEMIA DI MIA FIGLIA LUCILLA - Luigi Amicone, Il Foglio dell’8/12/2006
post pubblicato in PANTHEON, il 11 dicembre 2006


Io non parlerò di Carlo Marongiu, il pompiere sardo malato di sla che non riesce nemmeno a batter ciglio, il cerotto gli tiene la palpebra aperta, non può spiegare alla moglie che ha un prurito dietro la schiena. Un bel verso Goethe però ci sprona. “Non dite nulla a metà/ completare, che fatica!”. Nonostante il respiro gli manchi ogni otto secondi, Carlo resta il capo di famiglia e ogni decisione di casa passa al suo vaglio. Al vaglio di quel mucchietto di carne scadente? Non ne ha anche lei abbastanza di stare attaccata con funi, con tutta quell’anima addosso che gli scalcia dentro come un bimbo nell’utero di una madre morta, inchiodata al palcoscenico del mondo?
anche Carlo ne ha abbastanza. Ma non per questo consente alle nostre mareggiate di pietà e compassione di scambiare la tempesta dei sentimenti per la pietra, il vero, la cosa. Non parlerò dell’uomo di Narbolìa, Oristano, che al nostro Emanuele Boffi, due settimane orsono, ci mise tre ore a occhieggiare una frase, una frase scema, secondo voi (“Dio mi ha detto che ha grandi progetti su di me”). E non starò qui a spiegare neanche il perché e il percome quest’uomo gigantesco ha suscitato intorno a sé gigantesco movimento di popolo da quando, anno 1998, giacendo allettato notte e giorno, chiede alla moglie di tenere ben chiusa la porta di casa; non per paura dei ladri, ma perché notte e giorno è bello sentir bussare.

Non parlerò neanche della moglie di Carlo, Mirella,che da otto anni la sua vita è questa: ore 9-14 ufficio. Ore 14-15 pasto e rassetto della casa. Ore 15-6 del mattino del giorno seguente, inchiodata a una seggiola, davanti al capezzale del marito, a leggere pizzini, lettere, giornali, libri, riviste, con un occhio alle lettere, l’orecchio all’allarme della spina del respiratore artificiale, sbrigando criticità che, di riffa o di raffa, di punto in bianco, capitano quando meno te l’aspetti. E il volto di Carlo prende il tipico colorito bluastro dell’asfissia. Non parlerò di questo santuario del dolore e della gioia, di questa università sintesi di tutti i saperi, dove vanno e vengono studenti di
ogni estrazione, poveri in canna e illustri notabili, madri disperate e vecchi carcerati, ricchi e bisognosi (mentre la signora dorme tre ore a notte, con la sveglia che squilla ogni trenta minuti, sperando che la macchina non si inceppi proprio in quel dormiveglia).
Io non mi avventurerò sui sentieri della letteratura della cognizione del dolore, né nelle raccomandazioni biblico- agostiniane. Vi racconterò semplicemente quel poco che so dall’esperienza.
E’ la tarda mattinata del 19 dicembre 2005, sono in redazione,squilla il telefono, è mia moglie Annalena. Mia figlia Lucilla era andata a sciare e la mattina del lunedì si era svegliata dolorante in tutte le ossa. “Sarà influenza”. Però è pallida come un cencio. Era seguito il viaggio al pronto soccorso, poi il responso dei medici dell’ospedale pubblico San Gerardo di Monza. “Leucemia grave, signora, molto grave”. E più tardi in corsia. “Signora non sappiamo, se sopravvive alla prima chemio, forse…”. Sono circa le sei del pomeriggio quando mi presento all’ospedale. Lucilla è seduta sul suo lettino, cameretta singola,pallida, avvolta nella sua camicia da notte come in un sudario di morte. “Come va, Lalla?”. “Uno schifo, pa’”. Lei che ti biascica altre cose e tu che non pensi ad altro altro che tua figlia è nelle mani dichissacosa (scusate, permettetemi di averlo chiamato Dio, lì per lì). “Vedi papà…” e piange. “Vedi, non me ne frega niente della morte, è che proprio adesso doveva capitare! Proprio adesso che c’è Natale e noi dovevamo stare tutti insieme nella nostra bella famiglia (sì, disse così, Lucilla: “bella”, e io faccio ancora così fatica a crederci! ndr), adesso che dovevo andare in vacanza con i miei amici di Gs! Ma perché Gesù mi fa questo! Non poteva aspettare almeno la fine delle vacanze!?”E poi, stringendo i denti e i pugni, “E’ un pirla!”.

Un pirla? Chi è un pirla Luci? “Gesùùùù!!!!!”. Beh, dico io,adesso calma. Poi la guardo e so soltanto che gli devo una risposta. “Neanche un po’” dico. “Neanche un po’ cosa?” “Dico che Gesù non è neanche un po’ pirla”. “E allora perché mi fa questo? Ti sembra giusto che Gesù faccia queste cose?”. Dentro di me dico: so forse qualcosa più di questa bambina, io? No, non so niente, non capisco un accidente, so soltanto che il nemico dice nel corpo di mia figlia: “Presente”! Stai davanti a questa realtà mi dico. Non scappare, non tirare in ballo Dio, né i santi, né la Madonna. Mi viene un primo pensiero mentre affondo lo sguardo dentro gli occhi umidi e il naso colante di mia figlia.

Mi viene in mente la fitta che ha dentro mamma Annalena,il suo pianto al telefono, il suo dolore di madre. “Senti Lalla, tu sai che io e mamma vorremmo essere al posto tuo, lo sai, vero?” “Lo so” “Però non possiamo essere al posto tuo. Perciò quello che ti sto dicendo è vero. Ma non è del tutto vero” “Cioè?” “Cioè il fatto che io e tua madre vorremmo essere al posto tuo, non è una risposta. La realtà è diversa. Il posto è tuo, e nessuno te lo può togliere. Nessun bene del mondo, neanche quello di tuo padre e di tua madre” “Già, bella scoperta”. Avanti, mi dico, rispondi, ti sta spaccando la faccia. E chissà come mi ripassa davanti agli occhi la scena di 19 anni fa quando una sera Annalena torna a casa, il viso scuro, neanche mi saluta, corre in camera… un lamento soffocato. “Cosa c’è,Annalena?”.“C’è che questa figlia morirà, ho la toxoplasmosi”.E giù a piangere. Non so che fare se non abbracciarla,stringerla, sussurrarle “Annalena, questa figlia un dono, la vita non è nostra, fidiamoci”. “Ecco – dico Lucilla rivangando quella storia – quella figlia che non doveva nascere sei tu. Invece sei nata, ci sei. Ecco la verità intera: non a noi, ma a un Altro appartiene l’essere”. Lucilla rimane silenziosa, poi dice niente, annuisce con la testa, dice il suo “sì, è così”. E’ cambiato qualcosa della sua malattia? Niente. Ma come è cambiata lei, in quel nanosecondo che ha detto il suo “sì” all’evidente! Dalla disperazione più nera, alla determinazione ad andare in guerra. Dalla lamentazione sulle possibilità negate delNatale e della vacanza, al punto di fuga dell’adesione alla
realtà così come è. Da allora non se ne è parlato più, né del Natale perduto, né delle vacanze sfumate. Presenza,solo presenza al presente, combattendo come un leone,disfacendosi nel corpo e sette volte rinascendo più belladi prima, più bella fuori e dentro, anche se in certi momentiavrebbe voluto morire. Come in effetti sarebbe potuta morire, come quel ragazzino della stanza accanto.

Ripensandoci, le situazioni più tragiche sono quelle più semplici. Perché si può, si deve, solo accettare. Perché dall’accettare viene l’imparare. Riflettendoci, non che la nostra pietà e la nostra compassione e il nostro amore siano falsi. E’ che non completano mai niente, che per quanto buoni e sensibili e amorevoli e compassionevoli e pietosi possiamo essere, non siamo capaci, direbbe Ibsen, di un solo atto completo di virtù in tutta la nostra vita. Ci vuol niente a insegnare a disperare. Ma insegnare a vivere, questa sì che è un’impresa degna anche dell’ultimo malato terminale.


 




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LE ANIME BELLE OVVERO FERRARA CONTRO LERNER - Dal Foglio del lunedì del 27/11/2006
post pubblicato in PANTHEON, il 6 dicembre 2006


Caro Mucchetti, mi faccia il piacere... Protetto da Bazoli, sodale di Lerner, arriva il momento del giornalista-moralista alla bi-sogna.

La moralità dei giornalisti è un argomento che ha sempre fatto ridere i grandi, da Honoré de Balzac a Henry James, a Karl Kraus. I grandi non potevano prevedere che questa losca belluria del giornalista integro e indipendente come i magistrati di un tem-po che fu (e non fu) sarebbe passata anche nel XXI secolo per le mani di piccole com-briccole politico-editoriali. Invece accade.
Massimo Mucchetti, un analista economico-finanziario del Corriere della Sera, ha scritto un libro intitolato Il  baco del Corriere. Il pamphlet non dice che Marco Tronchetti Provera, uno dei padroni del giornale riunito con molti altri nel patto di sindacato Rcs, gli ha messo sotto controllo il computer (a lui e all'amministratore delegato poi so-stituito, Vittorio Colao) per verificare di quali documenti si servisse l'intrepido in-vestigatore, che cosa avesse nel cassetto l'o-peratore inconcusso dell'informazione sopra le parti, eccetera.

Non lo dice: lo insinua, lo suggerisce, lo adombra a mezzo di accostamenti perigliosi, pettegolezzi di corridoio, racconti da spy story di serie B. Lo avesse detto, ne sarebbe nata una discussione pubblica di quelle che piacciono a me e a qualche altro giornalista immoralista. Avendolo soltanto lasciato tra le righe, quel pettegolezzo entrerà come mezzo di produzione di ultima generazione nella fabbrica dei pettegolezzi che piace al pamphlettista moraleggiante, il giornalista senza padroni e con la schiena dritta.
L’autore del libriccino galeotto è un pro-diano conclamato (lo negherebbe, questo è sicuro), ma non di quelli simpatici come Angelone Rovati, che agisce nel segreto senza fare la morale, e se bisogna espropriare Tronchetti Provera della Telecom almeno gli suggerisce la strada dell'irizzazione nella Cassa depositi e prestiti, né un prodiano ga-lantuomo del Regno sardo come l'amabile e indisponente ma affidabile Arturo Parisi.
No, la sua è la versione untuosetta del prodismo, quella bancaria. Tratta benone Consorte & Sacchetti, i banchieri coop che hanno accumulato la famosa riserva di 40 milioni di euro intonsi, a disposizione da anni e senza bisogno di investirli, e una condannuccia in primo grado per insider trading: dice (non dice, insinua) che contro di loro il Tronchetti ha montato la famosa campagna estiva dei furbetti del quartierino, facendosi tenere bordone dal direttore del giornale, Paolo Mieli, ma era tutta panna, sostiene questo Mucchetti, perché non è vero che i Ds erano dietro ai loro banchieri di riferimento.

Queste insinuanti amenità escono in li-breria al momento giusto per confortare il coraggio, il carattere e la moralità di un giornalista da combattimento come l'autore del libro sul baco. Prodi è al potere. Tron-chetti si è dimesso dalla presidenza della Telecom. Il patto di sindacato è instabile, e Corrado Passera, che aveva difeso l'ammi-nistratore delegato estromesso e amico di Mucchetti, il Colao, ce l'ha su con gli altri del patto, non va alle riunioni dell'esecutivo. E forte, il Passera, perché è appena an-data in porto la fusione di Intesa e San Paolo, la sua superbanca, il grande gioco è invia di sistemazione, qualche sorpresa giudiziaria è immaginabile, è il momento giusto per l'assalto editoriale e politico al giornale di via Solferino e alla sua direzione.
Il bresciano della sezione economica del Corriere ha ovviamente fatto solo il suo me-stiere, ha citato con dovizia Luigi Einaudi e Luigi Albertini, tiene banco in materia di trasparenza delle proprietà editoriali e di indipendenza da potentati e partiti, ma il libro sembra fatto apposta per la bisogna. Non c'è nemmeno da pensar male, la cosa è di tutta evidenza a chi sa leggere tra le ri-ghe, perché certi servizi alla libertà di stampa si fanno soltanto tra le righe.

A difendere lo stile Mucchetti, prima in una noiosa trasmissione vista da nessuno (La 7, editore Tronchetti Provera), poi con una banale recensione per la Repubblica (editore Carlo De Benedetti, vecchio amico di Passera), è arrivato Gad Lerner. Di lui si sa già di più. Si sa che è stato per anni a me-narla in Lotta continua, ma ha imparato poco del meglio di quell'esperienza generazionale. Ha imparato qualcosa di più alla Stampa, dove si faceva portare dall'avvoca-to Giovanni Agnelli, padrone di casa, a vedere i buzzurri della Lega sul Po, in elicot-tero (cose tipiche della deontologia di Ei-naudi e Albertini). Si sa che ha incamerato 7-8 miliardi senza lavorare, perché quando Tronchetti è arrivato alla Telecom e alla tv della Telecom, al posto di Roberto Colaninno e del gruppo della tv de sinistra, ha det-to che non gli reggeva l'anima per il cambiamento di linea editoriale, e ha incassato. Poi si è fatto riassumere da quel padrone delle ferriere che mette sotto controllo il computer del suo sodale Mucchetti e ha continuato a prendere il resto, ma sempre con l'idea che la sua è una cattedra di spec-chiata moralità giornalistica, che lui è l'uni-co contro la mafia, l'unico difensore dei giudici, degli immigrati, del multiculturalismo e del multiparaculismo. Anche perlui è arrivato il momento buono, e via con l'ennesimo assalto maramaldo di una carriera votata alla verità e all'integrità professionale. Dicendo e non dicendo, così nei giochini di potere per bambini si fa largo la sontuo-sa moralità del giornalismo italiano.

Giuliano Ferrara
Panorama, venerdì 24 novembre 2006




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