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16 maggio 2008
Come fa Israele a essere felice? Il Foglio, 15 maggio 2008
Spengler è lo pseudonimo usato da uno degli editorialisti di Asia Times, web magazine nato a Hong Kong nel 1999. Nessuno conosce la sua vera identità: di sè Spengler dice soltanto di essere un uomo di mezza età. Nei suoi scritti cita la Bibbia, Kierkegaard e Clausewitz, mai Oswald Spengler, il pensatore tedesco cui potrebbe aver rubato il nome, che considera un "atroce razzista". Nella sua agenda, spiega, c'è la promozione delle radici giudaico-cristiane dell'occidente. Tonio propone uno stralcio dell'articolo di Spengler, pubblicato da "Il Foglio" il 15 maggio 2008
"Nessun paese di questo pianeta è più invidiato di Israele, e per buoni motivi: in termini concreti, a sessant’anni dalla sua fondazione, Israele è la nazione più felice della terra. E’ uno degli stati più ricchi, più liberi e meglio istruiti del mondo, e la durata media della vita è più alta di quella della Germania e dell’Olanda. Ma la cosa più significativa è che gli israeliani sembrano amare la vita e detestare la morte più di qualsiasi altra popolazione. Se la storia è fatta non da piani razionali ma dalle esigenze del cuore umano, la serenità mostrata dagli israeliani di fronte ai continui pericoli cui sono esposti è degna di nota e di un attento esame. Può essere davvero una coincidenza che questa antichissima nazione – e la sola convinta di essere stata chiamata sul palcoscenico della storia per realizzare i piani di Dio – sia formata da individui che sembrano amare la vita più di qualsiasi altro essere umano? A conferma di quest’affermazione si può confrontare il tasso di fertilità e quello di suicidi di Israele con quello di altri trentacinque paesi industrializzati: Israele sta al primo posto della classifica dei paesi amanti della vita. Coloro che credono nell’elezione divina di Israele vedono nel suo amore per la vita una speciale grazia di Dio. In un mondo dominato dall’ambiguità, lo stato di Israele insegna al mondo l’amore per la vita, non nel senso triviale della “joie de vivre”, ma come solenne celebrazione della vita. Una volta ho scritto che “è facile per gli ebrei parlare del loro amore per la vita. Sono convinti di essere eterni, mentre gli altri popoli tremano di fronte alla prospettiva della loro prossima estinzione. Non è la loro stessa vita individuale che gli ebrei considerano così deliziosa, ma piuttosto l’idea di una vita fondata su un Patto che procede ininterrotta attraverso le generazioni”. Ciononostante, è sorprendente osservare come gli israeliani siano di gran lunga il popolo più felice della terra. Le nazioni si estinguono perché gli individui che le compongono decidono collettivamente di lasciarsi morire. Non appena la libertà prende il posto dei costumi fissi delle società tradizionali, la gente che non ama la propria vita non si dà pena di procreare dei figli. Non è la spada dei conquistatori, ma l’indigeribile sbobba della vita quotidiana che minaccia la vita delle nazioni, che oggi si stanno estinguendo a un ritmo che non ha precedenti nella storia.
Lo stato di Israele è circondato da vicini che sono pronti a uccidersi pur di distruggerlo. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte”, insegnano i religiosi musulmani (questa stessa formula è scritta su un manuale di scuola palestinese per gli studenti delle medie). Oltre a essere tra i popoli meno liberi, meno istruiti e (fatta eccezione per i paesi produttori di petrolio) più poveri del mondo, gli arabi sono anche i più infelici. Il contrasto tra la felicità degli israeliani e la tristezza degli arabi è ciò che rende così difficile raggiungere l’obiettivo della pace nella regione. Questa tristezza non può essere attribuita alle condizioni materiali della vita. L’Arabia Saudita, ricchissima di petrolio, si trova al centosettantunesimo posto nella scala internazionale sulla qualità della vita, addirittura dietro al Ruanda. Israele si trova invece allo stesso livello di Singapore, anche se si deve osservare che Israele, nella mia lista sull’amore per la vita, sta al primo posto e Singapore all’ultimo. Ancor meno si può attribuire la causa dell’infelicità alle esperienze storiche, perché nessun popolo ha sofferto più degli ebrei o ha una giustificazione migliore per lamentarsi. Gli arabi non hanno inventato gli attentati suicidi, ma hanno generato una riserva mai vista prima di popolazione pronta a morire pur di arrecare danni al proprio nemico. I religiosi musulmani non esagerano affatto quando esprimono il loro disprezzo per la vita. L’amore di Israele per la vita, inoltre, è qualcosa di ben più profondo di una semplice caratteristica etnica. Chi conosce la vita degli ebrei soltanto attraverso le eccentriche lenti di scrittori ebreo-americani come Saul Bellow e Philip Roth, o attraverso i film di Woody Allen, si immagina gli ebrei come un popolo di angosciati nevrotici. Gli ebrei laici che vivono in America non hanno un tasso di natalità più alto di quello dei loro concittadini gentili, e tutto fa pensare che siano altrettanto depressi.
Da un lato, gli israeliani sono molto più religiosi degli ebrei americani. Due terzi degli israeliani credono in Dio, sebbene soltanto un quarto di essi siano strettamente osservanti. Persino gli israeliani che si dichiarano contrari alla religione mostrano un diverso genere di laicità rispetto a quello che caratterizza l’occidente secolarizzato. Parlano il linguaggio della Bibbia e per tutte le elementari e le medie studiano costantemente il loro testo sacro. La fede nell’amore eterno di Dio per un popolo convinto di essere stato liberato dalla schiavitù ed eletto per la realizzazione dei suoi scopi è parte della spiegazione. Gli israeliani più religiosi sono quelli con il più alto tasso di natalità. Le famiglie ultraortodosse hanno in media nove bambini. Ciò non deve sorprendere, perché le persone religiose hanno generalmente più figli di quelle laiche, come ho già dimostrato statisticamente in una ricerca effettuata in diversi paesi."
Asia Times (traduzione di Aldo Piccato)
Israele
| inviato da tonio il 16/5/2008 alle 17:51 | |
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